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Ricorsi alla CEDU (Corte Europea per i Diritti dell’Uomo)

per rivendicare il diritto ad ottenere la RIA

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Indice degli argomenti

Che cosa è l’iniziativa di salvaguardia davanti alla CEDU

L’iniziativa è volta alla salvaguardia del diritto a percepire la RIA. richiamandosi alla avvenuta violazione della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo.

Chi può partecipare all’iniziativa

L’azione legale può essere proposta per tutti i ricorsi per la RIA rigettati dal TAR o per i quali lo stesso TAR ha dichiarato la perenzione.

è quindi ovvio che possono partecipare solo coloro che sono inclusi nell’elenco dei ricorrenti per il quale ciascuna iniziativa viene promossa.

Termini per partecipare

Fino a 180 giorni dalla notifica del pronunciamento (di rigetto del ricorso in primo grado o del provvedimento di dichiarazione della perenzione). I giorni diventano 180 + 46 qualora i tempi di decorrenza attraversino il periodo feriale, che va dal 1 agosto al 15 settembre.

Ovviamente per ciascun ricorso, verrà fissato un termine entro il quale i ricorrenti dovranno far pervenire alla nostra segreteria la documentazione per partecipare all’iniziativa.

 

Tale termine viene fissato, di norma, con 10/15 giorni di anticipo rispetto alla data di scadenza.

 

Nota: Coloro che aderiranno a questa iniziativa dovranno, ovviamente, posporre l’eventuale presentazione del ricorso ex lege n. 89/2001 (Pinto) per il riconoscimento dell’eccessiva durata del giudizio, fino al termine, ovvero alla conclusione (con qualunque esito), di tutta la procedura di merito.

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In cosa si sostanzia l’iniziativa

1-a) nel ricorso in opposizione - da presentare al TAR - alla decisione di primo grado (di respingimento del ricorso) adottata dallo stesso TAR… ovviamente dovrà una differente sezione giudicante dello stesso TAR ad emettere la sentenza relativa all’appello;

1-b) oppure - nel caso in cui è stata dichiarata la perenzione del ricorso - nella proposizione della reiscrizione a ruolo della causa presso lo stesso TAR per l’accoglimento del ricorso introduttivo, chiedendo l’accertamento della violazione della citata Convenzione per avere il Governo Italiano, con l’introduzione della normativa di cui all’art 51 comma 3 della legge n. 388 del 2000, operato un’ingerenza nell’amministrazione della giustizia allo scopo di influenzare la risoluzione di una controversia.
é pertanto necessario richiedere una nuova iscrizione a ruolo del ricorso al TAR del Lazio, secondo la previsione dell’art. 1 dell'allegato 3 (Norme transitorie) al d.lgs. 2 luglio 2010 n. 104 che fornisce la facoltà al ricorrente, nel termine di centottanta + quarantasei giorni dalla comunicazione del decreto, di depositare un atto, sottoscritto personalmente dalla parte e dal difensore e notificato alle altre parti, in cui dichiara di avere ancora interesse alla trattazione della causa;

2)___nella successiva proposizione del ricorso alla Corte Europea per i Diritti dell’Uomo, richiamando, tra l’altro, la questione della violazione della Convenzione al TAR.

 

Nota: Recentemente, il Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio (Sezione terza Bis), in controtendenza alla precedente giurisprudenza che ormai sembrava consolidata, ignorando la decisione n. 263/2002 con cui la Corte Costituzionale sembrava avere ormai tacitato ogni pretesa alla retribuzione individuale di anzianità (R.I.A.) disciplinata dall’art. 9 - 4^ e 5^ comma del D.P.R. 17.1.1990, n. 44, ha accolto le ragioni dei ricorrenti, dipendenti del Ministero del Commercio estero, riconoscendo loro le maggiorazioni previste dal citato D.P.R. e disponendo che dovranno essere corrisposte le relative competenze arretrate maggiorate dagli interessi e dalla rivalutazione monetaria da calcolarsi sulla base delle regole che si renderanno nella specie applicabili.

 

Potete fare clic qui per visualizzare la sentenza n. 7961 del 23 gennaio 2013 denominata “Ricorso Piacentini” che è passata in giudicato.

Questa decisione del TAR costituisce, come precedente, un formidabile argomento da rappresentare in sede di contenzioso amministrativo nei procedimenti che si vanno a riaprire - a seguito delle istanze di persistenza di interesse che l’Ufficio Vertenze Legali della FLP presenta al Tribunale Amministrativo Regionale tramite i legali incaricati - in opposizione ai decreti di perenzione dei ricorsi che ultimamente vengono sfornati massicciamente dal TAR Lazio.

Ma, sopratutto, essa è un ulteriore prezioso sostegno per i ricorsi in materia che si presentano alla Corte Europea per i Diritti dell’Uomo.

Riassumendo: per aderire all’iniziativa occorre presentare al TAR:

  • ricorso in opposizione alla decisione di primo grado in caso di avvenuto di respingimento del ricorso di primo grado, oppure,
  • un’istanza per la proposizione della reiscrizione a ruolo della causa ed una domanda per una nuova fissazione di udienza.

Tali adempimenti devono essere fatti entro 180 giorni dalla notifica del pronunciamento di primo grado o dalla dichiarazione di perenzione (i giorni diventano 180 + 46 qualora i tempi di decorrenza attraversino il periodo feriale, che va dal 1 agosto al 15 settembre).

  • Contemporaneamente si rilascia delega all’avvocato per adire la Corte Europea per i Diritti dell’Uomo (CEDU).

Nota: in caso di nuovo rigetto o di rigetto da parte del TAR, verrà valutata l’opportunità di proporre ricorso in appello al Consiglio di Stato, che per il momento viene considerata solo come un'eventualità e, in presenza di determinate circostanze, lasceremo che sia il legale a decidere se proporre anche questo tipo di ricorso, qualora ne ravvisasse l’utilità, per esempio, per rafforzare la posizione processuale dei ricorrenti nel successivo ricorso da proporre alla Corte Europea per i Diritti dell’Uomo.

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Attenzione: non tutti possono aderire all’iniziativa

Anche tra coloro che sono presenti nell’elenco dei ricorrenti del ricorso che stiamo promuovendo, non tutti possono partecipare all’iniziativa di salvaguardia.

Non possono partecipare:

  • gli assunti prima del 1 gennaio 1971;
  • gli assunti dal 18 maggio 1975 fino al 31 dicembre 1980;
  • gli assunti dal 18 maggio 1985 al 31 dicembre 1985;
  • gli assunti dopo il 18 maggio 1990.

Nella tabella colorata pubblicata di seguito le celle verdi indicano la possibilità di partecipazione al ricorso, le celle arancioni indicano l'impossibilità di partecipazione.

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La data che rileva ai fini dei calcoli è quella dell'effettiva assunzione in servizio (decorrenza economica).

Trattandosi di un ricorso che (a differenza di quelli per ottenere l’equa riparazione, ex lege 24 marzo 2001 n. 89 - ex legge Pinto - in relazione alla irragionevole durata del giudizio) entra nel merito del diritto a rivendicare la R.I.A., vi anticipiamo che la segreteria del nostro Ufficio Vertenze Legali, valuterà preventivamente le situazione di ciascun aspirante ricorrente (in base ai dati che vi richiederemo e che dovrete fornirci) al fine dell’ammissione all’iniziativa processuale.

Esaminando altri precedenti ricorsi ci siamo infatti accorti che non tutti i ricorrenti (in base alla data in cui sono stati effettivamente assunti) erano nell’effettivo diritto per rivendicare la R.I.A. e che gli avvocati a cui all’epoca furono affidati i ricorsi, accettarono le adesioni proposte loro dai sindacati senza vagliare la posizione soggettiva di ognuno dei ricorrenti.

Tale circostanza non rileva per quanto riguarda i ricorsi ex legge Pinto, in quanto l’equa riparazione, ex lege 24 marzo 2001 n. 89, viene riconosciuta (quando sussistono determinati elementi) unicamente in relazione alla irragionevole durata del giudizio e quindi senza entrare nel merito dello stesso (tranne i casi nei quali il petitum è manifestamente infondato o la controparte adita è manifestamente incompetente).

Per quanto riguarda la prosecuzione dell’iter giudiziario di merito che stiamo proponendo, l’essere nell’effettivo diritto per rivendicare la R.I.A. è invece una condizione fondamentale per ottenere un qualsiasi risarcimento e per evitare di beccarsi anche una sicura condanna alle spese in caso di soccombenza processuale.

La Retribuzione Individuale di Anzianità veniva riconosciuta dalla legge al tempo vigente al maturare dei 5, 10 o 20 anni di servizio al 31 dicembre 1990.
La data ultima per il riconoscimento della R.I.A., rivendicabile in giudizio, è fino al 15 maggio 1995.

Coloro che sono stati assunti prima del 1 gennaio 1971, alla data del 31 dicembre 1990 avevano maturato lo scatto dei 20 anni di RIA che già percepiscono e, pertanto, non possono rivendicare alcunché e non possono partecipare alla nostra iniziativa.

Coloro che sono stati assunti dal 16 maggio 1975 fino al 31 dicembre 1980, alla data del 31 dicembre 1990 avevano maturato lo scatto dei 10 anni di RIA che già percepiscono e, non potendo arrivare a maturare (alla data del 15 maggio 1995) lo scatto dei 20 anni, non possono rivendicare alcunché e non possono partecipare alla nostra iniziativa.

Coloro che sono stati assunti dal 18 maggio 1985 al 31 dicembre 1985, alla data del 31 dicembre 1990 avevano maturato lo scatto dei 5 anni di RIA che già percepiscono e, non potendo arrivare a maturare (alla data del 15 maggio 1995) lo scatto dei 10 anni, non possono rivendicare alcunché e non possono partecipare alla nostra iniziativa.

Coloro che sono stati assunti dopo il 18 maggio 1990, non potendo arrivare a maturare (alla data del 15 maggio 1995) lo scatto dei 5 anni, non possono rivendicare alcunché e non possono partecipare alla nostra iniziativa.

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Condizioni e costi per aderire all'iniziativa

A questa iniziativa si può aderire:

  • essendo già iscritti alla FLP in maniera assolutamente gratuita,
  • iscrivendosi alla FLP e versando un contributo di 20,00 euro (per le spese di segreteria)

e rimanendo però iscritti conclusione della causa,

  • come non iscritti, versando un contributo di 220,00 euro (il contributo da pagare è una tantum),
  • come pensionati, versando un contributo di 150,00 euro (il contributo da pagare è una tantum).

Le condizioni sopra riportate coprono:

  • la proposizione al TAR del Lazio del ricorso in opposizione alla decisione di primo grado o dell'istanza di opposizione al decreto di perenzione e la richiesta di pronunciarsi nel merito del ricorso già instaurato;
  • la proposizione - in caso di nuovo rigetto, o di rigetto, dell'istanza da parte del TAR (ed eventualmente anche da parte del Consiglio di Stato) - del ricorso in appello alla Corte Europea per i Diritti dell’Uomo per ottenere una somma di denaro rapportata al danno subito per il mancato riconoscimento della R.I.A..

Tutte le spese per il giudizio saranno anticipate dal sindacato o dai legali incaricati e, in caso di mancato accoglimento del/i ricorso/i, i ricorrenti non dovranno pagare nessuna spettanza.

L’adesione all'iniziativa avviene mediante la sottoscrizione di una convenzione per il conferimento dell’incarico professionale allo studio legale. Essa prevede un “patto di quota lite” in base al quale, in caso di buon fine dell'iniziativa, gli avvocati tratterranno, per l'attività professionale prestata, il 20% dell’importo che sarà liquidato al ricorrente.

Le eventuali spese legali da pagare in caso di soccombenza nel ricorso al TAR saranno a carico dei ricorrenti (di solito, si tratta di spese di modesta entità).

Il pagamento delle spese legali in caso di soccombenza non è invece previsto dal Regolamento della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

***********************************************

Le condizioni sopra riportate non coprono:

  • l'eventuale ricorso in appello al Consiglio di Stato nel caso di respingimento del ricorso da parte del TAR, (tale opzione, per il momento viene considerata solo come un'eventualità e, in presenza di determinate circostanze, lasceremo che siano i legali a decidere se proporre anche questo tipo di ricorso qualora ne ravvisassero l'utilità... per esempio, per rafforzare la posizione processuale dei ricorrenti nel successivo ricorso da proporre alla Corte Europea per i Diritti dell’Uomo.
    La proposizione di tale ricorso comporta infatti il pagamento anticipato di una somma di circa 60,00 (sessanta) euro a ricorrente.
    Tale somma verrà eventualmente richiesta in futuro, qualora i legali reputeranno di proporre anche il ricorso in appello al Consiglio di Stato.
    Naturalmente, coloro che sono già iscritti alla FLP e coloro che si iscriveranno per partecipare al ricorso, beneficeranno di uno sconto sulla somma che eventualmente dovrà essere versata.

Tutti coloro (iscritti e non iscritti) che decideranno di aderire alla nostra iniziativa dovranno, per quanto riguarda la proposizione al TAR del Lazio dell'istanza di opposizione al decreto di perenzione e la richiesta di pronunciarsi nel merito del ricorso già instaurato, rilasciare all'avvocato una speciale procura autenticata dal notaio.
Il costo di tale operazione dovrebbe aggirarsi sui 60,00 (sessanta) euro... tuttavia, nella modulistica che riceverete, se ci invierete la scheda per aderire alla nostra iniziativa, troverete anche un modulo che consente a più persone di conferire una procura cumulativa per più ricorrenti. 
Se nella vostra città vi sono più persone che aderiscono al ricorso, potrete recarvi tutti insieme da un notaio di vostra fiducia e, utilizzando tale modello, potrete ottenere un prezzo più conveniente per l'autenticazione notarile.

Coloro che lavorano a Roma potranno fare la procura in maniera gratuita contattando la segreteria e lasciando i propri recapiti (provvederemo noi a convocare i ricorrenti tutti insieme presso la nostra sede per rilasciare la procura all’avvocato).

Nota: la forma della procura notarile per il conferimento dell’incarico all’avvocato si rende necessaria per due motivi. Il primo è che per il precedente ricorso per la RIA risultava essere stato conferito l’incarico ad altro avvocato e il secondo motivo è perché in alcuni precedenti ricorsi il giudice ha mosso contestazioni, ritenendo inverosimili procure rilasciate alla presenza dell’avvocato nel caso di ricorrenti che risiedevano a centinaia di chilometri da Roma.

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Modalità per aderire all'iniziativa

Per aderire all’iniziativa è necessario scaricare l’apposita scheda di partecipazione.

Tale scheda di partecipazione - diversa per ogni ricorso - la trovi allegata assieme all’elenco dei ricorrenti nelle informative che pubblicizzano ogni singolo ricorso.

Dopo avere scaricato tale scheda di partecipazione devi stamparla e compilarla in ogni sua parte, poi scansionarla e inviarla come allegato PDF al seguente indirizzo mail:

flp.vertenzelegali@fastwebnet.it

oppure spedirla come fax al seguente numero: 06 46547954

Entro due giorni lavorativi, riceverai all'indirizzo di posta elettronica (obbligatorio) che fornirai, una mail contenente tutte le istruzioni ed il materiale da compilare e da rispedirci per partecipare alla nostra iniziativa.

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Il supporto della nostra segreteria

La segreteria dell’Ufficio Vertenze Legali della FLP sarà a disposizione
al numero di telefono:
06 46547989

per fornire supporto e informazioni ai ricorrenti, tutti i martedì e i giovedì
dalle ore 10,00 alle ore 13,00 e dalle ore 15,00 alle ore 17,00

oppure al seguente numero di cellulare: 393 9163313

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Per saperne di più sui ricorsi alla CEDU - La situazione pregressa

riguardante i pronunciamenti giudiziali in merito ai ricorsi per ottenere la Retribuzione Individuale di Anzianità (R.I.A.)

Dopo le prime sentenze favorevoli che risalgono alla fine degli anni ’90, in seguito alla promulgazione della legge di interpretazione autentica 23 dicembre 2000, n. 388, art. 51, comma 3, ritenuta legittima dalla Corte costituzionale con decisione n. 263/2002, non c’erano più state da parte dei Tribunali Amministrativi Regionali, sentenze di accoglimento per il riconoscimento della R.I.A..

In quell’occasione la Corte Costituzionale aveva puntualizzato che “...non appare necessario accertare se la disposizione impugnata abbia carattere interpretativo o innovativo in quanto, secondo la consolidata giurisprudenza costituzionale, il carattere retroattivo della norma, purché non violi il disposto dell'art. 25 della Costituzione in materia penale e non si ponga in contrasto con il principio di ragionevolezza o con altri valori ed interessi costituzionali specificamente protetti, non costituisce, di per sé solo, un profilo di illegittimità della norma stessa, neppure quando, come nel caso in esame, incida su diritti di natura economica connessi ad un rapporto di impiego”.

La Corte ritenne che la norma era giustificata dall'esigenza di assicurare la coerente attuazione della finalità dell'art. 7, comma 1, del decreto-legge n. 384 del 1992 di “cristallizzazione” del trattamento economico dei dipendenti pubblici per inderogabili esigenze di contenimento della spesa pubblica, realizzata da quest'ultima disposizione con modalità, già giudicate dalla stessa Corte, non irrazionali ed arbitrarie (sentenze n. 496 del 1993; n. 296 del 1993), anche in considerazione della limitazione temporale del sacrificio imposto ai dipendenti.

(In realtà, a nostro avviso, quest’ultima affermazione non può essere assolutamente accettabile in quanto una volta acquisita, la R.I.A. ha effetti permanenti, mentre, nel nostro caso è stata irrimediabilmente persa).

Il Giudice costituzionale stabilì, ancora, che l'art. 51, comma 3, non violava la funzione giurisdizionale, in quanto con esso il legislatore ordinario non aveva inciso sulla potestas iudicandi, ma si era mosso «sul piano generale ed astratto delle fonti»; stabilì poi che coloro i quali avevano ottenuto l'incremento stipendiale in virtù di sentenze definitive favorevoli erano in condizioni giuridiche diverse rispetto a coloro che non potevano ottenere l'identico beneficio, benché avessero proposto domanda giudiziale. Tale circostanza secondo il Giudice, non realizzava una ingiustificata disparità di trattamento, dato che questo effetto deriva dalla necessità di rispettare il giudicato già formatosi in ordine a singoli rapporti, per cui era anche da escludere che l'intervento legislativo realizzasse una «correzione» concreta dell'attività giurisdizionale.

Infine, la Corte Costituzionale affermò anche che non sussisteva violazione dell’art. 35, secondo comma della Costituzione, dell’art. 36, primo comma e dell’art. 97, in quanto la proporzionalità e sufficienza della retribuzione dovevano essere valutate considerando la retribuzione nel suo complesso, non in relazione ai singoli elementi che compongono il trattamento economico, mentre il principio di buon andamento dell'amministrazione non poteva essere richiamato per conseguire miglioramenti retributivi.

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Le novità introdotte di recente in materia

con la sentenza (passata in giudicato ) del TAR del Lazio n. 7961 del 23 gennaio 2013.

Recentemente il TAR del Lazio (Sezione Terza Bis) con la sentenza n. 7961 del 23 gennaio 2013

in controtendenza rispetto alla precedente giurisprudenza che ormai sembrava consolidata ed infischiandosene della decisione n. 263/2002 della Corte Costituzionale, ha accolto le ragioni dei ricorrenti, riconoscendo loro le maggiorazioni della retribuzione individuale di anzianità (R.I.A.) disciplinate dall’art. 9 - 4^ e 5^ comma del D.P.R. 17.1.1990, n. 44, disponendo che dovranno essere corrisposte nelle relative competenze arretrate maggiorate e anche gli interessi e la rivalutazione monetaria da calcolarsi sulla base delle regole che si renderanno nella specie applicabili.

La sentenza n. 7961 del 23 gennaio 2013 denominata “Ricorso Piacentini” non è stata appellata ed è dunque passata in giudicato.

Questa sentenza rappresenta dunque un ulteriore sostegno alla strategia che il nostro legale di fiducia ha intenzione di portare fino al Giudice europeo per il riconoscimento del merito della richiesta della RIA.

Ora, mentre sono piuttosto ovvie e conosciute le ragioni sulle quali si basavano (e si basano) i ricorsi al TAR ed al Consiglio di Stato per ottenere il riconoscimento della R.I.A., riteniamo opportuno spiegare meglio cosa sono e su cosa si basano i ricorsi alla Corte Europea per i Diritti dell’Uomo.

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Il fondamento, le ragioni ed i possibili effetti del ricorso alla CEDU

che, nell’ordinamento italiano fu abolita con la legge di interpretazione autentica del 2000 (art. 51, comma 3, della legge n. 338 del 2000 - legge finanziaria):

Il ricorso si fonda sulla violazione da parte dello Stato Italiano dell’art. 6 della Convenzione Europea dei Diritti Umani e dell’art 1, prot. 1, annesso alla convenzione e oltre alla sentenza del TAR del Lazio n. 7961 del 23 gennaio 2013, può contare su precedenti giurisprudenziali emessi dalla Corte Europea in casi simili e materie analoghe (vedi una serie di decisioni relative al personale ATA delle scuole, transitato dagli enti locali allo Stato).

Esso mira ad ottenere - nei tempi medi di decisione della Corte (tra i 3 e i 5 anni) - una somma di denaro rapportata al danno subito per il mancato riconoscimento e liquidazione della RIA con interessi e rivalutazione. Quindi, l’esito del ricorso alla Corte Europea non avrà ripercussioni dirette sul rapporto di impiego con l’amministrazione e sul ricalcolo di altre voci della retribuzione né incidenze sul trattamento di fine rapporto e sul pensionamento.

La Corte Europea ha stabilito il seguente principio, che i nostri legali ritengono valido anche per la fattispecie che interessa: “se, in linea di principio, il legislatore può regolamentare in materia civile, mediante nuove disposizioni retroattive, i diritti derivanti da leggi già vigenti, il principio della preminenza del diritto e la nozione di equo processo sancito dall’articolo 6, ostano, salvo che per ragioni imperative di interesse generale, all’ingerenza del legislatore nell’amministrazione della giustizia allo scopo di influenzare la risoluzione di una controversia”. 

E questo è proprio quello che è avvenuto, invece, in ordine alla questione relativa alla RIA.

Infatti, è a tutti noto come sul punto è intervenuto il legislatore, il quale, con l'art. 51, comma 3, della legge n. 338 del 2000, ha fornito l'interpretazione autentica della normativa legislativa suddetta, rilevando che la proroga del contratto collettivo nazionale di lavoro di cui al D.P.R. n. 44 del 1990 non comprendeva anche lo spostamento in avanti della data del 31 dicembre 1990 per la maturazione dell'anzianità.

La suddetta legge di interpretazione autentica ha chiarito, definitivamente, con disposizione vincolante per i tutti i rapporti non ancora esauriti, che l'art. 7, comma 1, del d.l. 19 settembre 1992, n. 384, convertito, con modificazioni, dalla legge 14 novembre 1992, n. 438 "si interpreta nel senso che la proroga al 31 dicembre 1993 della disciplina emanata sulla base degli accordi di comparto di cui alla legge 29 marzo 1983, n. 93, relativi al triennio 1° gennaio 1988 - 31 dicembre 1990, non modifica la data del 31 dicembre 1990 già stabilita per la maturazione delle anzianità di servizio prescritte ai fini delle maggiorazioni della retribuzione individuale di anzianità"

In presenza di tale specifica normativa - che nessun'altra interpretazione consente nell’ordinamento italiano - i TAR, nel caso in cui si erano pronunciati fino all'anno 2012, avevano concluso nel senso che, ai fini della maturazione del quinquennio di effettivo servizio utile per conseguire il beneficio della maggiorazione della retribuzione individuale di anzianità ai sensi dell'art. 9, comma 4 e 5 del d.p.r. 17 gennaio 1990, n. 44, non rileva l'anzianità di servizio maturata successivamente alla data del 31/12/1990.

Con ciò si era inciso in maniera autoritaria su di un processo in corso danneggiando i diritti patrimoniali dei lavoratori. Per la Corte Europea, quindi, è possibile che:

Un ricorrente può addurre la violazione dell’articolo 1 del protocollo n. 1 solo nella misura in cui le decisioni che contesta sono relative alla sua “proprietà” ai sensi della presente disposizione. La nozione di “proprietà” può concernere sia i “beni esistenti” che i valori patrimoniali, ivi compresi, in determinati casi ben definiti, i crediti. Affinché un credito possa considerarsi un “valore patrimoniale”, ricadente nell’ambito di applicazione dell’articolo 1 del protocollo 1, è necessario che il titolare del credito lo dimostri in relazione al diritto interno, per esempio, sulla base di una consolidata giurisprudenza dei tribunali nazionali. Una volta dimostrato, può entrare in gioco il concetto di “legittimo affidamento”.

E questo è proprio quello che è successo con la RIA, poiché prima di detta legge di interpretazione autentica sia i TAR che il Consiglio di Stato, avevano riconosciuto il diritto dei vari ricorrenti... e dobbiamo ora registrare che il TAR del Lazio, con la sentenza n. 7961 del 23 gennaio 2013 ha effettuato nuovamente tale riconoscimento.

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Le violazioni di diritti che verranno sollevate con il ricorso alla CEDU

I nostri legali solleveranno le seguenti violazioni della Convenzione Europea dei Diritti Umani:

  • l'operato dello Stato Italiano e delle giurisdizioni nazionali interne (Tar, Corte Costituzionale ecc.) non è conforme alle disposizioni della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (art. 6 - diritto ad un processo equo e imparziale - e art 1, prot. 1 - diritto al rispetto dei propri beni);
  • la violazione della ragionevolezza delle scelte legislative (che andavano ad incidere su una situazione pregressa);
  • il divieto di interferenza del potere Legislativo con il potere giudiziario e i giudizi in corso; 
  • il divieto di ingiustificate disparità di trattamento (tra ricorrenti lavoratori dei medesimi giudizi);
  • il diritto alla tutela dell’affidamento dei consociati e della certezza del diritto (dal momento che il medesimo riconoscimento della R.I.A., retribuzione individuale di anzianità, era già avvenuto pacificamente o in seguito a sentenze anche recenti per gli altri lavoratori).

Ma quello che più importa è che l’interpretazione della legge data dalla Corte Costituzionale DICHIARA APERTAMENTE CHE LO SCOPO DELLA LEGGE ERA QUELLO DI CONTENERE LA SPESA PUBBLICA cristallizzando la crescita del trattamento economico dei dipendenti pubblici.

Quindi, la ratio della legge non rispondeva ad INTERESSI E PRINCIPI ASTRATTI E GENERALI (in vista dei quali è, in teoria, ammessa anche dalla CEDU la compressione dei diritti dei singoli), bensì solo ed esclusivamente ai PROBLEMI CONTINGENTI “DI CASSA” dello Stato Italiano.

Pertanto, la limitazione dei diritti dei ricorrenti (e la violazione dei loro diritti fondamentali tra cui l'art 6: diritto ad un processo giusto, equo ed imparziale e l’art. 1 prot. 1: diritto al rispetto dei propri beni) è avvenuta non in vista di un interesse generale della collettività, ma solo ed esclusivamente per problemi economici legati al fabbisogno di bilancio dello Stato.

Il ricorso alla Corte Europea, non contesta, quindi, la possibilità dello Stato Italiano di intervenire sulla sua spesa ma la possibilità che lo Stato possa fare ciò solo per il futuro e che, quindi, la normativa non dovrebbe incidere sui rapporti di lavoro in cui i soggetti hanno raggiunto dei diritti consolidati e maturati nel corso degli anni anche dal punto di vista economico e retributivo.

Quello che gli stessi contesterebbero è che, invece, ciò è avvenuto con effetto retroattivo ed in pregiudizio di posizioni economiche, professionali e di carriera già consolidate e di cui gli stessi erano già titolari... senza, quindi, il rispetto dei principi introdotti dalla Convenzione Europea sotto il profilo dell’art 1, prot. 1, dell’art 6, par. 1 ma anche dell’art. 8 della stessa Convenzione.

La Segreteria dell’Ufficio Vertenze Legali della Federazione FLP

UfficioVertenzeLegali
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